LA TUNICA STRACCIATA - Tito Casini

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Re: LA TUNICA STRACCIATA - Tito Casini

#31 Message par InHocSignoVinces » mar. 20 oct. 2020 20:28

Certo è che i Dodici, quando il lavoro apostolico - riformare il mondo! - crebbe al di là delle loro forze, non lasciarono o scorciarono il loro «breviario» ma delegarono ad altri, ai diaconi, istituiti per questo, appunto, l'assistenza sociale (come oggi si direbbe), o il «ministero della carità» (com'è detto negli Atti), incaricandoli dei poveri, delle vedove, delle mense, «mentre noi», dissero, «continueremo ad applicarci alla preghiera e al ministero della parola». Non a caso, non senza consequenzialità, gli Atti aggiungono, subito: «E la parola di Dio si diffondeva sempre più e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente. Noi non vediamo, non abbiamo in vista alcunché di simile, in questo clima della Riforma: vediamo purtroppo il contrario, vediamo i cattolici cessar di crescere e cominciare a diminuire (è il padre Arrupe, Generale dei Gesuiti, che lancia, cifre alla mano, l'allarme) e vediamo gli «altri» rallentare e fermarsi, nel loro moto fin qui crescente verso di noi, nonostante tutti i nostri inviti e carezze, tutto il nostro assolvere e condannarci, chieder perdono e riabilitarci, se non vogliamo dire proprio per questo: perché non abbiam più il coraggio, o la carità, di dir loro che la loro strada è sbagliata, che la nostra è la retta: perché se abbiam sentito le mille volte affermare che bisogna riunirci, non abbiam mai, esplicitamente, chiaramente sentito aggiungere: «nella Chiesa Cattolica, la sola vera» (nonostante i ripetuti ammonimenti del Papa contro i pericoli dell'«irenismo»); e la debolezza, il «rispetto umano», l'opportunismo, le cose a mezzo non convincono e non attirano, non convertono: respingono, chi in cerca di certezza si avvicinava. (Mi sia permesso, a questo proposito, di credere a un errore di stampa, da parte dell'autorevole giornale che la riporta, nella concordata definizione del «dialogo» intrapreso a Strasburgo tra la Chiesa Cattolica e la Federazione Luterana Mondiale: «Par dialogue les deux délégations entendent une commune recherche de la vérité... poursuivie sur pied d'égalité». La Chiesa Cattolica, la «madre e maestra», che cerca la verità? che si mette, per questo, sul piede dell'errore, come a significar ciechi guide di ciechi? La colpa, senza dubbio, qui è del tipografo, che deve aver letto «vérité» in luogo di «unité» o che so io).


Convertire? Per non offender le loro orecchie voi l'avete eliminata, questa parola, dal Messale, dalle solenni ecumeniche impetrazioni del Venerdì Santo, pur versandoci sopra sincere lacrime di coccodrillo: «Rincresce... dover mettere le mani su venerandi testi, che hanno per secoli alimentato, e con tanta efficacia, la pietà cristiana, ed hanno ancor oggi il profumo spirituale delle età eroiche degli alberi della Chiesa» (Bugnini); pur consentendo (sempre il vostro Bugnini) che «è malagevole ritoccare capolavori letterati di una forza e concettuosità insuperabili...» Stessa delicatezza con gli atei: «Nessuna battaglia contro l'ateismo» (Segretariato per i non credenti); identica cortesia con i comunisti: per dirla in breve, con tutti, e se una cosa essi hanno da osservare è che noi stiamo esagerando, nell'esibirci, nel darci, e son loro a dire: un momento! e condizionarci e voler prima fissare il prezzo. «Prima che il comunismo possa accettare l'incontro e il dialogo» (è il loro dottore, il Lombardo Radice, che così parla nel loro ultimo congresso) «si dovranno approfondire alcuni temi fondamentali, imprescindibili: la scuola non confessionale, il divorzio...» E, per tornare ai protestanti, li abbiamo sentiti noi stessi dire: «S'intende venirci incontro: in questa maniera voi ci schiacciate!» Così poco premurosi di ricambiarci, che abbiamo potuto udire i già più inclini, quelli d'Inghilterra, chiedere in una pubblica lettera all'arcivescovo di Canterbury che si guardasse bene, venendo a Roma, dall'invitare il Papa a Londra, se gli stava a cuore «l'attuale atmosfera di carità e di tolleranza fra cristiani di differenti denominazioni», ossia quell'interconfessionalismo o pancristianesimo in cui dovrebbe risolversi il loro e nostro ecumenismo.


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#32 Message par InHocSignoVinces » jeu. 29 oct. 2020 13:16

Convertire? È proprio quel che sta accadendo ma all'inverso, come scrisse già l'arcivescovo di Milano oggi Paolo VI: «Invece di affermare le proprie idee in faccia a quelle degli altri, si accettano quelle degli altri. Non si converte, ci si lascia convertire. Non si conquista ma ci si arrende. I vecchi amici che sono rimasti sulla diritta via sono ritenuti reazionari... Veri cattolici sono ritenuti soltanto coloro che sono capaci di tutte le debolezze e di tutte le compromissioni». E che se sia vero e quanto - sia qui detto in parentesi, con riferimento al corsivo - sappiamo bene noi cattolici di «lingua cattolica», «romani»; «reazionari», perciò, e come tali disprezzati, odiati, combattuti dalle vostre milizie, tanto che, se non l'avessimo a onore, dovremmo invidiare gli atei, i maomettani, gli ebrei, gli eretici, i massoni, i marxisti veri vostri fratelli mentre noi siamo i fratellastri, i veri fratelli separati, siamo - senza che ci atteggiamo a martiri, e magari, come facciamo qui, reagendo - la Chiesa del silenzio, preclusa com'è a ogni voce non conformista la stampa cosiddetta cattolica, dove il De libertate vige solo, e senza limiti, per chi ci vuol dare addosso... Ne sentii tutta la tristezza giorni addietro in una nostra grande chiesa, dove, per poter celebrare in latino, a un sacerdote mio amico e con me in viaggio fu concesso un altare nel sotterraneo, che nessuno (era di domenica) lo vedesse... e mi venne di pensare alle catacombe, pur rallegrandomi alla vista dei fedeli che, sparsasi nondimeno la voce di questa Messa in latino, accorsero numerosi e assisterono apertamente contenti. (Si sentì fra gli altri una signora che diceva: «Venite, venite, che ce n'è una di quelle vere!»)


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#33 Message par InHocSignoVinces » jeu. 05 nov. 2020 18:08

LA FEDE DEL CARBONAIO


Non si converte, si diceva dunque, o ci si perverte; e tollerate, Eminenza, ch'io ritorni a dianzi e riprenda trascrivendo come se fosse mia l'opinione di un già citato teologo che se riguarda direttamente il «dialogo» coi riformati luterani e loro progenie vale anche per la vostra Riforma... È la conclusione di uno studio sui tentativi già esperiti e tutti falliti di ricuperar col colloquio da pari a pari i «separati», dalla disputa fra Giovanni Eck e Andrea Carlostadio, nel 1519, agl'«incontri» di Malines dell'altro dopoguerra, e dice: «Questi precedenti storici non permettono di abbandonarsi a rosee vedute in tema di riunione delle Chiese sulla pietra posta da Cristo... Attendersi che i capi eretici scendano dalle loro posizioni secolari mi è sempre parsa un'utopia... Bisogna aspettare con pazienza, lunga quanto i secoli, le conversioni collettive, non attendendole dalle dispute dei teologi, ma impetrandole, con la fede del carbonaio e le lacrime di santa Monica, da Colui che tiene in mano i cuori degli uomini».


La fede del carbonaio e le lacrime di santa Monica. È quanto dir l'umile preghiera, la cosa fondamentale, essenziale - Nisi Dominus... - perché non invano l'uomo lavori al suo edifizio, dico alla sua propria conversione (senza la quale sarebbe stolto pretender quella degli altri) e non mi sembra che su questo si basi la «formazione spirituale del popolo» indetta dalla vostra Riforma. Ho detto l'«umile preghiera» e calco sull'aggettivo perché sul sostantivo sarebbe improntitudine da parte mia dubitare: la preghiera resta di certo anche per voi, l'«innovatore», la base della nostra «formazione spirituale»; è un caso, più che una dimenticanza, che la santa parola non sia uscita dalle vostre labbra una sola volta fra le tante dette e ridette in quella lunga presentazione della vostra Riforma, e baie sono sicuramente per voi ciò che un dei vostri mi diceva in proposito ossia che in chiesa, alla Messa, dopo il 7 marzo non si va più per pregare, si va «per fare atto comunitario» (il che se fosse, dico io, tanto varrebbe andare alla bettola, dove non manca il pane e il vino, insieme alle musiche di Sanremo, o alla casa del popolo, dove non manca neppure... la liturgia della parola). Baie! per voi la chiesa è, salvo il latino, «domus orationis», casa della preghiera, e preghiera, la preghiera delle preghiere, è la Messa: voi credete, per dirla con Michelangelo, «agli orazioni», solo che, a differenza di lui e del carbonaio, e a somiglianza delle vostre chiese, voi esigete per noi che le orazioni sian razionali: brutte, fredde, meccaniche - come tutte quelle apparecchiature luminose e sonore, loro ausiliarie, che intralciano come cabine elettriche lo spazio sacro - ma razionali: voi mettete, al posto dell'umiltà, l'intelletto: «se non capisco», voi ci fate dire, «non prego!» e non è certo il miglior modo di avvicinarci a Chi disse: «Ti ringrazio, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti, agl'intellettuali, e le hai rivelate ai fanciulli».


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#34 Message par InHocSignoVinces » jeu. 12 nov. 2020 20:47

Non così ci avevano per certo insegnato i santi, sulla scorta dei libri sacri e col loro esempio. «Quondam non cognovi litteraturam introibo in potentias Domini: in quanto non so di lettere...» È il salmista che lo dice, e sì che di lettere avrebbe potuto saperne; come avrebbe potuto santa Teresa, la grande, che preferì, per sua devozione, per suo profitto spirituale, restare ignorante. Quanto più, essa scrive, certe cose mi rimanevano oscure, «tanto più le credevo e mi facevano devozione: ... más firme la tenía, y me daba devoción grande... Neanche lo desideravo, d'intenderle, e non interrogavo nessuno: mi bastava pensare che eran cose di Dio. E così, lungi dal meravigliarmene, mi erano un motivo di più per lodarlo. Più le sue cose sono di difficile intelligenza, più m'ispirano devozione: ... antes me hacen devoción las cosas dificultosas, y mientras más, más».


È detto, infatti, che «Dio resiste ai superbi, mentre dà la sua grazia agli umili», e quanti di questi umili han servito a Dio per far le sue cose grandi, a cominciar dall'«umile ancella» sua madre e dall'artigiano suo «padre» che non capirono, «non intellexerunt», neanche loro, «che cosa Egli avesse detto loro» nel Tempio! Bernardetta Soubirous, si sa bene, non era, in parrocchia, un primo premio neanche in fatto di catechismo, ma la Madonna apparve a lei, non alle suore sue maestre che le davano di «zuccona»; e quanti «intellettuali» riportò a Dio, senza appellarsi all'intelletto, quel Curato d'Ars che per scarsezza d'ingegno, per essere, anche lui, uno «zuccone», aveva ottenuto a stento dai suoi superiori d'esser fatto prete! «Zuccone», proprio così, era anche detto, in una lettera del rettore al parroco di San Gregorio, nel Veneto, un giovane seminarista da lui in vacanza, ch'egli doveva perciò convincere a non rientrare in seminario: e ci rientrò e fu a suo tempo il sacerdote Angelo Roncalli, a suo tempo - e pur coi suoi settantotto! - papa Giovanni XXIII... Caro papa Giovanni, che al Generale dei Gesuiti, ricordando insieme un umile fraticello laico dell'Ordine, portinaio del convento, il cui solo libro era la corona del rosario, diceva con quel suo arguto sorriso bonario: «Eh? Quando saremo anche noi lassù, tanto si dovrà alzare il capo, per poterlo vedere, che ci cascherà lo zuccotto!» E qui, a proposito di rosario, mi torna in mente, comecchè c'entri, un dei vostri, che dirigendo o comandando («In piedi!» «In ginocchio!» «Seduti!») una «messa comunitaria», s'interrompeva per intimare a una signora di rimetter via «quella cosa», la corona appunto del rosario che aveva preso fra mano, peggio che se l'avesse vista cavare dalla «trousse» il rossetto e darselo.


«Se non capisco non prego». È un poco l'equivalente del Nisi videro di Tommaso - incredulo, lui, sol per eccesso d'amore! - ed equivalente potrebb'essere la risposta: «Beati coloro che non capirono, non capiscono, e pregarono e pregheranno!» Nei nostri cimiteri giacquero, attraverso i secoli, milioni e milioni di cristiani con le mani legate insieme da quella corona ch'era stata in vita l'unico loro libro: quella corona, quella «catena» a cui i risuscitati si attaccano, nel Giudizio di Michelangelo, per esser tirati in cielo, e faccia Dio, se il nostro non è che compatibile sentimentale rimpianto, che maggior numero ce ne tragga il vostro libretto, che maggior lode gli venga da questi vostri «nuovi cristiani» venuti su senza «quella cosa», nelle «nuove chiese» al neon, elettrificate, «senza diaframmi» neppur d'immagini sacre... Per intanto, noi non metteremo via «quella cosa», lieti e piuttosto riconoscenti della nostra ignoranza, attaccandoci, per ogni cosa, a ciò che il dotto dei dotti, l'autor della Summa, scrisse in questa del canto sacro: «... etsi aliquando non intelligant quae cantantur, intelligunt tamen propter quid cantentur, scilicet ad laudem Dei, et hoc sufficit ad devotionem excitandam: anche se non capiscono tutto ciò che viene cantato, capiscono perché vien cantato, vale a dire a lode di Dio; e questo basta a eccitare la devozione».


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Re: LA TUNICA STRACCIATA - Tito Casini

#35 Message par InHocSignoVinces » ven. 27 nov. 2020 13:21

DEVOZIONE ELETTRONICA


Per eccitarla in quell'altro modo, il vostro, secondo voi più proficuo, voi non
vi siete risparmiato, e prova ne sia fra l'altro la vostra cooperazione (gratuita:
chi non conosce il vostro disinteresse?) allo spaccio di un potente «ambone
elettronico»
(brevettato) che una forte ditta ha fabbricato e lancia, a lode di
Dio e al prezzo di lire 168000, mediante manifesti pubblicitari nei quali voi
siete fotografato in funzione dietro l'un d'essi e con parole, in merito alle sue
«caratteristiche funzionali», che chi conosce il vostro stile e il vostro vocabolario
non dubita dettate da voi: «Possibilità di un contatto diretto e immediato
tra il Celebrante, Lettore o Commentatore della Santa Messa, con l'Assemblea
dei Fedeli. Evidenzazione del Lettore o Commentatore nella Liturgia della Parola
rispetto al resto degli Officianti, sia pure amplificati con impianto centrale.
Nelle piccole e medie Chiese risolve integralmente il problema dell'amplificazione,
avendo la possibilità di allacciare altri due microfoni, con volume e tono
indipendenti, per il Celebrante. Adattabilità dell'Ambone Elettronico a qualsiasi
impianto di amplificazione centralizzato e pilotaggio dello stesso con conservazione
delle prerogative esaltanti, a piacere, l'effetto presenza della voce del Lettore o
Commentatore o Celebrante».
E sottolineo, lasciando il resto (come gli
officianti amplificati per virtù dell'impianto elettrico) le «prerogative esaltanti,
a piacere, l'effetto presenza della voce del Lettore»
eccetera eccetera, per
darvi atto che umanamente, elettronicamente parlando, non avete lasciato
nulla per galvanizzare il popolo, comunicargli la parola di Dio «in maniera tale
che la intenda e se ne nutra; accostarlo all'altare così che egli consapevolmente
partecipi alla assemblea»
eccetera eccetera,
più che prima e da tanti
secoli non concedesse l'umile adorazion del mistero («Vere Tu es Deus abscondítus»)
velato dalla lingua latina e venerabile per questo stesso come le
sacre specie che ci presentano e celano al tempo stesso il Sacramento; o la pia
meditazion del rosario ch'è come dir di quanto all'altare si rimemora, si rinnova e perpetua.



Dio lo voglia, se più proficuo, a sua lode e fosse pur con umiliazione di noi
«patiti del latino», di noi «sentimentali», «tradizionalisti», estetisti»! Senza
dubbio, «un'anima vale più di tutto il latino», come scrisse, in vista del 7 marzo,
un vostro autorevole confratello, pur avvertendo di non illudersi «che basti
sostituire al latino la lingua viva e rivolgere l'altare al popolo perché la gente
accorra in massa e si converta»;
ma il discorso si può invertire:
un'anima vale
più di tutto il volgare, e un anno e mezzo di
esperienza può dirci ormai se convenisse il baratto. Conveniva?



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#36 Message par InHocSignoVinces » sam. 05 déc. 2020 14:01

Il conto è stato chiesto, da molti pur che non professandosi o non essendo,
religiosamente, dei nostri, sono con noi in questa battaglia, magari o anzitutto
in nome della bellezza, come in suo nome tutto il mondo trepidò e insorse per
la Pietà di Michelangelo esposta come si temé ai rischi, di perdersi o di danneggiarsi,
del viaggio in America; trepidò e inveì per i lievi sfregi subiti da alcuni quadri della
Galleria degli Uffizi. «Poiché vengono conclamati» (citiamo per tutti uno scrittore,
Zolla, della più nota rivista letteraria italiana) «i motivi "pastorali " della sovversione,
sarà lecito domandare i rendiconti della messe di conversione che l'attuale liturgia
volgare avrebbe dunque mietuto»,
e aggiunge, scettico, senz'aspettare:
«Ma chi mai si potrebbe convertire soltanto perché l'autorità si sarebbe aggiornata
al XVI secolo protestante, ovvero avrebbe tirato le conseguenze dal fatto che in Italia
si parla italiano, dopo mille anni giusti che lo si parla?»
E, sottolineata
«l'estrema delicatezza dell'orazione», la «sua indole assai spesso non discorsiva»,
non «raziocinante»; e dopo aver detto che l'«orazione eleva fuori delle contingenze»
e «perciò impone un linguaggio diverso dal quotidiano» e che «i primi cristiani,
per i riti più importanti, non usavano affatto il volgare del tempo»,
così torna al punte,
chiedendo: «quali incassi procurò il volgare introdotto dalla Riforma? Ne sorse davvero
una così fitta schiera di santi e una tal dovizia di miracoli da svergognare i rimasti fedeli al latino?»

E sèguita (quasi ignorando la risposta da noi già data del Marshall): «Quali frutti ha procurato
la distruzione liturgica? Accostare ai Vangeli i fedeli ignoranti il latino? Ma sarà proprio
sconciando i riti che si otterrà ciò che messali bilingui, catechesi, omelia non sarebbero riusciti a favorire?»



La risposta, qui sottintesa, c'è, nei fatti: il bilancio di un anno e mezzo insegna, e la risposta è: no. I tanti secoli del latino non hanno, che si sappia, allontanato un'anima dall'altare o freddato in un cuore la carità: i pochi mesi del volgare, nazionale e razionale, han visto in chiesa le armi, e le sacre pissidi tornare assai meno scarse al ciborio, intruppati o liberi che siano i comunicanti. Stralcio dal bilancio (non sembri impertinente il vocabolario, per un'operazione, come questa, di cambio, che ha fatto incassar miliardi) il caso di un mio amico, uomo di poca fede che mi dice di averla persa del tutto assistendo a questo «dialogo» fra un protestante e un nostro prete: «Allora, voi cattolici, riconoscete di avere fin qui sbagliato?» «Sì, noi riconosciamo di avere, fin qui, sbagliato»; e, senza movere inchieste ma per quel che so, mi attengo a queste, alle comunioni. Quante? «Dimezzate!» mi dice con voce quasi piangente l'umile fraticel sagrestano, intento a preparar le particole, con cui discorro, nella sagrestia della chiesa dove vado a confessarmi, in attesa che venga il padre da lui chiamato per questo: «Ecco qui: ne prendevo millecinquecento per settimana, e ora bastano due settimane». Il padre, sceso in quel momento, conferma, e scuote tristemente la testa.


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#37 Message par InHocSignoVinces » sam. 12 déc. 2020 19:40

ALLEGRIA IN CHIESA


Meraviglia? E quando mai dagli spini s'è colta l'uva, ovvero fichi dai triboli? Meraviglia sarebbe semmai il contrario: sarebbe stato che il voltafaccia (lingua e altare) or ora detto dal confratello, col sussidio degli amboni elettronici dagli effetti a piacere, producesse del pari effetti spirituali: sarebbe stato che l'intellettualismo, il pregare condizionato al capire fosse più accetto ed esaudito dell'umile preghiera del pubblicano che sapeva solo battersi il petto e dir quelle cinque parole. Fu al sèguito della parabola che Gesù disse: «Chi non avrà accolto il regno di Dio come un bambino non vi entrerà», e il bambino non chiede di capire per credere, tanto meno per pregare.


Capire ...! E si vuol questo da un popolo reputato così a corto d'ingegno da
non capir che cosa significhi in italiano Deo gratias (per dire in una tutte le
parole dell'«ordinario», intelligibili, come può credersi, anche dalle panche,
che son di legno); e si vuol per cose alte e profonde, per un parlare biblico
figurato che nel suo senso letterale, con la peregrinità o l'arditezza delle sue
immagini, genera spesso stupore ben più che fervore in chi dimentichi che
oggetto del culto è Dio, non il popolo, e chi Gli parla così, col linguaggio poetico
e misterioso dell'amore, è la Chiesa sua Sposa. «Nell'ora che la Sposa di Dio
surge a mattinar lo Sposo perché l'ami...»
Così, appunto, come un incontro quotidiano
d'amore fra Dio e la Chiesa, il poeta-teologo interpreta, rettamente, il
culto liturgico, e così è fuor di luogo chieder che si capisca (tutto, sempre, da
tutti):
l'amore è cuore, non cervello, e il suo linguaggio,
quando non è il silenzio, è la lirica.



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Re: LA TUNICA STRACCIATA - Tito Casini

#38 Message par InHocSignoVinces » lun. 08 mars 2021 11:25

Così inteso, e sotto il velo, quasi nell'ombra, del latino, nessuno stupore per
certi passi dei sacri testi - come l'amante che invita l'amante a levarsi o ne va
in cerca, al buio, per i vicoli della città, e chiede di posar sul suo petto; come il
re che concupisce la bellezza della diletta; come il seno per amore ferito e
dall'amore risarcito, e così altri, tratti dal Cantico dei Cantici - mentre, tolto il
velo, inteso e presentato in quell'altro modo, come cosa del popolo che il popolo
ascoltando dovrebbe intendere e nutrirsene... mi domando se davvero
voi crediate, se qualcuno dei vostri creda a quelle vostre parole dette in quella
tal conferenza. Mi domando, per non far che qualche altro esempio, d'altro
genere e a parte la traduzione (al contrario di ciò che scherzosamente si dice,
paragonando le traduzioni alle donne, che le fedeli sono brutte, le belle sono
infedeli, voi siete riusciti a far che le vostre fossero insieme infedeli e brutte),
se chi non è in grado, ripeto, di capir che cosa significhi in italiano Deo gratias
possa davvero, secondo voi, intendere il senso e farsi cibo spirituale di espressioni
come «il mio unto» (per il Messia), «le corna dei bufali» (per i persecutori
di Gesù e della Chiesa), «l'unguento della barba d'Aronne» (per la soavità
dell'amor fraterno), «il miele della rupe» (per l'Eucarestia), «le figlie di Giuda
che fanno festa» (e si pensa al traditore impiccato); possa intendere e apprendere,
ad amare, a perdonare, sentendo legger di «un Dio terribile», di un «Dio
vendicatore», di un Dio che «crea le sciagure», sentendo chiedere a Dio «vendetta»
o al prossimo pane per il «nemico» ma perché «così facendo radunerai
carboni di fuoco sulla sua testa»; quando la pietà non vada in ilarità... com'è
accaduto accanto a me ora di corto per l'improvviso soprassalto e la confusione
di un buon vecchietto che nonostante il volgare s'era un po' appisolato,
alle parole dell'introito che un inatteso barrito dell'altoparlante mal regolato
ci fece rintronar nella testa: «Dèstati, perché dormi, Signore? Dèstati e...»


Non sono pochi i passi che, tradotti, provocano al riso più che al fervore
(quando non disgustano, e il rispetto per la Madonna ci trattiene dal fare
esempi, così come nei paesi di lingua portoghese ci s'è trovati nell'imbarazzo
a tradur «servus Dei» perché il termine corrispondente, «servidor», s'usa
familiarmente per indicare quel certo oggetto che serve in camera di notte) e
non si contano le barzellette fiorite sui nuovi testi, come quella del sacerdote
che finisce, distratto, di celebrare la Messa degli sposi dicendo: «Andate a
messa: la pace è finita». Il latino, provvidenziale anche per questo, ignorava
simili inconvenienti, pur prevedibili e previsti, per il volgare, da quel buon
senso di cui, come del buon gusto, i vostri han detto: «Facciam senza». Il
grande De Maistre ne aveva fatto l'ultimo dei tanti argomenti contro il volgare.
«E infine», egli scriveva in quel suo Du Pape, «una lingua soggetta a mutare mal
si conviene a una Religione immutabile. Il naturale movimento delle
cose altera di continuo le lingue viventi... La corruzione poi del secolo s'impadronisce
ogni giorno di certe parole e si diverte a guastarle. Se la Chiesa parlasse
la nostra lingua, potrebbe dipendere dalla sfrontatezza di un bello spirito
rendere la parola più sacra della liturgia o ridicola o indecente»


Il tempo basterebbe da sé a ridicolizzare, arcaicizzandole ed eliminandole
dall'uso, certe parole. Per giudicare che cosa sarebbero di «moderno», di «lingua parlata»,
di «lingua di popolo» i testi d'oggi fra qualche tempo, aprire a
caso il testi di Pistoia, del Ricci, dove si leggono a profusione parole di allora,
allora «vive», come «imperocché», «imperciocchè», «riconoschiamo», «deesi»,
«perlochè», «alloraquando», «venghiamo», «debbe», «dessi», «accidente» e simili,
di cui ognun sente la freschezza... Per la medesima legge, e per difficile
che paia a credersi, il vostro volgare sarà fra qualche tempo ancora più brutto
d'ora, quando alla bruttezza nativa si saranno aggiunte le grinze della vecchiaia
(necessitando ogni cinquant'anni di un Woronoff che rigeneri, che ricambi,
con logica gioia degli editori, non so con quanta edificazione dei fedeli,
già così scossi nella loro saldezza), e sarà una nuova conferma delle parole
con cui De Maistre chiude la sua digressione: «Per tutti i riguardi immaginabili,
la lingua religiosa deve stare al difuori delle vicissitudini umane».


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Re: LA TUNICA STRACCIATA - Tito Casini

#39 Message par InHocSignoVinces » sam. 13 mars 2021 11:41

LA LINGUA DEI GIOVANI


Tale, appunto, il latino, la lingua che non invecchia, la sempervirens, la sempre giovane lingua dei giovani, che la fanno risonar negli stadi, che la portano con fierezza nelle loro divise sportive. «Iuventus», «Fides», «Robur», «Ignis», «Albor», «Rari nantes», «Excelsior», «Pro Patria», «Virtus», «Libertas» non son che alcune delle tante denominazioni che il naturale senso del bello ha suggerito ai giovani d'oggi e d'ogni paese del mondo, in luogo delle corrispondenti volgari, per le loro associazioni di calcio, di corsa, di nuoto, d'alpinismo, di pugilato e così via; la più nuova delle automobili presentata or ora in America si è denominata, latinamente, «Secura»; e la gara spaziale ha dilatato ben oltre Garamantas et Indos (Virgilio), ben oltre quodcumque terrarum iacet (Prudenzio), il regno della «lingua cattolica», lanciandola fuor della terra, nel punto più lontano fin qui raggiunto da opera d'uomo. E la Russia, che con tre mesi e mezzo di corsa l'ha portata su Venere, la dolce Stella del mattino, cento e otto milioni di chilometri distante da noi, col suo missile chiamato Venus, tanto è parso più bello - a loro, ai russi, che pur avevano un nome simile: «Veniera»! -chiamarlo in latino: «vincolo mirabile di unità» (si direbbe con Pio XI), qui addirittura interastrale, altro che «diaframma»!


Lingua del presente come del passato e dell'avvenire, lingua dello sport come del domma, lingua della scienza come della politica (abbiamo sotto gli
occhi il programma, scritto in latino, di un congresso internazionale di medici tenutosi l'anno scorso a Praga, e ricordiamo che all'Onu si è proposto di redigere in latino i verbali), lingua universale, in una parola, sotto tutti i rapporti, sarebbe da ciechi non vedere nella lingua di Roma la lingua predestinata della Chiesa «universale», e da... non osiamo dir la parola, il volerla sostituir con «le lingue», con la babele delle lingue, che dividono e oppongono; e volerlo, questo, oggi, proprio oggi che le nazioni, quelle dell'Europa in particolare, aspirano e lavorano a ricongiungersi, a ricomporre la tunica della loro antica unità, favente e benedicente la Chiesa stessa che per bocca di Paolo VI così parlava or è poco ai promotori del movimento europeista: «Voi sapete come la Chiesa veda con particolare simpatia questo nobile intento di fusione... L'evoluzione spontanea della vita fa di questo continente una comunità... che non domanda di meglio che di essere vivificata da uno stesso spirito...» Parole a cui mal s'accordano le parole di quella vostra conferenza: «Quanto all'uso della lingua nazionale abbiamo concesso» (per l'Italia) «quattro lingue: il francese per la
Val d'Aosta, il tedesco per l'Alto Adige, lo slavo per le Venezia Giulia e l'italiano per tutto il resto d'Italia»,
e ci si chiede, logicamente, perché non anche il sardo, il siciliano e tutti i dialetti e vernacoli della penisola. (Per il napoletano, un umorista ha già offerto un saggio di traduzione: «Jatevenne, 'a Messa è fernuta». Non vi dico come ho sentito parafrasare qui nella mia città, in borgo San Frediano, il vostro «Andate in pace». De Maistre aveva ragione).


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Re: LA TUNICA STRACCIATA - Tito Casini

#40 Message par InHocSignoVinces » ven. 19 mars 2021 12:51

Vero è che la logica e la convenienza, per i figli di una medesima Madre, di
pregare con una medesima voce il medesimo Padre celeste non è del tutto
esclusa da voi, se in un grande quotidiano cattolico abbiamo potuto leggere,
tempo fa, queste righe: «Uniti nella lingua comune, tutti i partecipanti di diverse
nazioni poterono pregare insieme... Il commovente ricordo di quell'unione di tanti
uomini non più divisi dalla barriera delle lingue, ma ritrovatisi fratelli
di una stessa famiglia, rimarrà a lungo impresso nei cuori di tutti».
Infatti ...!
Solo che quella «lingua comune», da voi ammessa, e con tutti gli onori, in
chiesa, non era il latino (come ci si poteva, il corrispondente non ci aveva pensato, ingannare)
e neanche era una lingua, era un gergo artificiale, una lingua-
«robot»: era l'esperanto, che fuor di chiesa, in altri campi, può ben avere il suo
posto e la sua utilità, ma che lì, nella Messa, in luogo e vece della «lingua universale», mi sa di «simia Dei».


Come all'esperanto, le porte di chiesa si sono aperte, s'aprono al «jazz», al
«twist», a qualunque cosa fuorché al latino. Per questo, per il latino, le vostre
disposizioni son rigorose: via di chiesa, via dalla Messa, a meno che la chiesa
sia vuota, che nessun senta o veda, ossia (parole vostre) «quando il sacerdote
la dicesse senz'assistenza di popolo»; ossia (vostra ripetizione) «per le Messe
cui non assistono Fedeli» (quasi si trattasse di cosa poco meno che scandalosa!)
Abbiamo chiesto, difatti - in nome di quella grande «democrazia», o «libertà»,
di cui ci avete riempito il capo - che il nuovo rito fosse facoltativo e ce
lo avete negato; abbiamo chiesto che la domenica, nelle chiese dove si dicon
più messe (e in alcune se ne dicono, presenti pure stranieri d'ogni paese, cinque,
sei, sette) almeno una, d'orario, fosse in latino, e, cosa spaventosamente
incredibile, anche questo ci si è negato!


Incredibile, mostruosamente incredibile, ma non illogico per voi, che avete
temuto, concedendo, ciò che noi speravamo, è vero, chiedendo: avete temuto,
come noi sperato - per le conseguenze - il confronto: quel confronto di cui,
scusate l'immagine, diffida la donna male accettata in casa, con una figlia sua
propria, dai figli dell'altra, per cui si dà premura di togliere dalla vista di questi
ogni ritratto, ogni cosa che possa loro ricordare l'altra, la mamma, e farla rimpiangere.
È umano che voi prediligiate la vostra e che vi sembri bella, più bella,
anche se tutti, proprio tutti, anche quelli che la trovano «buona», anche i vostri
amici, la trovano e - «una voce», in questo, con noi - la dichiarano brutta.


La differenza, in questo, fra i vostri e noi, è che per loro la bellezza non vale,
o val così poco che chiamano, spregiativamente, noi, noi per i quali essa vale
e molto, «estetisti».


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